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L'omino Michelin

Paolo Ruffilli

Me lo avevano detto che era strampalato. Un tipo gerniale ma, proprio in forza della sua intelligenza fuori dal comune, attraversato da una raffica di fissazioni e di manie. Un vecchio signore dall’aria einsteniana, che viveva nelle strettoie del labirinto di una casa trasformata in biblioteca. Con pile altissime di libri accatastate lungo le pareti di ogni stanza, anche la camera da letto e la cucina, perfino il bagno.
Mi presentai da lui con la sola referenza di essere italiano. Conoscendo la sua predilezione, incondizionata a detta degli amici, per il Bel Paese. Una passione per la musica e per l’arte, ma anche per l’inventiva della nostra gente e per la sua creatività nelle faccende di tutti i giorni.
“Un’invidiabile risorsa di vitalità” mi abrebbe detto a commento, grattandosi la matassa dei capelli bianchi.
Era un di quei gelidi gennai newyorkesi figli dell’Atlantico. Un inverno gi ghiaccio e vento, come non se ne patiscono neppure sulle vette delle Alpi. Guanti e passamontagna, suonai al palazzo in mattoni rossi di Gramercy Park. E la vista fu superiore a qualsiasi aspettativa. Mi aprì un ometto tondo, infagottato in un numero spropositato di maglioni. Mi guidò lungo la trincea pericolante, scavata dentro il mucchio di libri come dopo una valanga.

Sapermi italiano gli aveva dato l’euforia.
“Del bel paese là dove’l sì sona” citava Dante. Ne era un lettore esperto e metteva in campo come un frullato di toscano letterario del Trecento e di inglese puro yankee.
Mi chiese da quale città d’Italia provenissi. E io, pensando che non la conoscesse, la localizzai nei pressi della più famosa Venezia.
“Treviso?” si illuminò, storpiando il nome con la sua stridula pronuncia. Subito dopo gorgheggiando, con mia sorpresa: “Benetton, Benetton.”

Traduït per Carme Arenas Noguera
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