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Marcovaldo ovvero Le stagioni in città

Italo Calvino

IL PICCIONE COMUNALE

Gli itinerari degli uccelli seguono migrando, verso sud o verso nord, d’autunno o a primavera, traversano di rado la città. Gli stormi tagliano il cielo alti sopra le striate groppe dei campi e lungo il margine dei boschi. Ed ora sembrano seguire la ricurva linea di un fiume o il solco d’una valle, ora le vie invisibili del vento. Ma girano al largo, appena le catene di tetti d’una città gli si parano davanti.
Pure, una volta, un volo di beccacce autunnali apparve nella fetta di cielo d’una via. E se ne accorse solo Marcovaldo, che camminava sempre a naso in aria. Era su un triciclo a furgoncino, e vedendo gli uccelli pedalò più forte, come andasse al loro inseguimento, preso da una fantasticheria di cacciatore, sebbene non avesse mai imbracciato altro fucile che quello del soldato.
E cosí andando, cogli occhi agli uccelli che volavano, si trovè in mezzo a un crocevia, col semaforo rosso, tra le macchine, e fu a un pelo dall’essere investito. Mentre un vigile con la faccia paonazza gli prendeva nome e indirizzo sut taccuino, Marovaldo cercò ancora con lo sguardo quelle ali nel cielo, ma erano scomparse.

In ditta, la multa gli suscitò aspri rimproveri.
- Manco i semafori capisci? -gli gridò il caporeparto sigmor Viligelmo. -Ma che cosa guardavi, testavuota?
- Uno stormo di beccacce, guardavo… -disse lui.
- Cosa? -e al signor Viligelmo, che era un vecchio cacciatore, scintillarono gli occhi. E Marcovaldo raccontò.

- Sabato prendo cane e fucile! -disse il caporeparto, tutto arzillo, dimentico ormai della sfuriata. -È cominciato il passo, su in collina. Quello era certo uno stormo spaventato dai cacciatori lassú, che ha piegato sulla città...
Per tutto quel giorno il cervello di Marcovaldo macinò, macinò come un mulino. “Se sabato, com’è probabile, ci sarà pieno di cacciatori in collina, chissà quante beccacce caleranno in città; e se io ci so fare, domenica mangerò beccaccia arrosto”.

Il casamento dove abitava Marcovaldo aveva il tetto fatto a terrazzo, coi fili di ferro per stendere la roba ad asciugare. Marcovaldo ci salí con tre dei suoi figli, con un bidone di vischio, un pennello e un sacco di granone. Mentre i bambini spargevano chicchi di granone dappertutto, lui spennellava di vischio i parapetti, i fili di ferro, le cornici dei comignoli. Ce ne mise tanto che per poco Filipetto, giocando, non ci restò lui appiccicato.
Quella notte Marcovaldo sognò il tetto cosparso di beccacce invischiate sussultanti. Sua moglie Domitilla, piú vorace e pigra, sognò anatre già arrosto posate sui comignoli. La figlia Isolina, romantica, sognava colibrí da adornarsene il cappello. Michelino sognò di trovarci una cicogna.
Il giorno dopo, a ogni ora, uno dei bambini andava d’ispezione sul tetto: faceva appena capolino dal lucernario, perchè, nel caso stessero per posarsi, non si spaventassero, poi tornava hiú a dare le notizie. Le notizie non erano mai buone. Finché, verso mezzoigiorno, Pietruccio tornò gridando: —Ci sono! Papà! Vieni!
Marcovaldo andò su con un sacco. Impegolato nel vischio c’era un povero piccione, uno di quei grigi colombi cittadini, abituati alla folla e al frastuono delle piazze. Svolazzando intorno, altri piccioni lo contemplavano tristemente, mentre cercava di spiccicare le ali dalla poltiglia su cui s’era malaccortamente posto.

La famiglia di Marcovaldo stava spolpando le ossicine di quel magro e tiglioso piccione fatto arrosto, quando sentirono bussare.
Era la cameriera della padrona di casa: -La signora la vuole! Venga subito!
Molto preoccupoato, perchè era indietro di sei mesi con la pigione e temeva lo sfratto, Marcovaldo andò all’appartamento della signora, al piano nobile. Appena entrato nel salotto vide che c’era già un visitatore: la guardia con la faccia paonazza.
- Venga avanti, Marcovaldo, -disse la signora. -Mi avvertono che sul nostro terrazzo c’è qualcuno che dà la caccia ai colombi del Comune. Ne sa niente, lei?
Marcovaldo si sentí gelare.
- Signora! Signora! —gridò in quel momento una voce di donna.
- Che c’è, Guendalina?
Entrò la lavandaia. -Sono stata in terrazzo, e m’è rimasta tutta la biancheria appiccicata. Ho tirato per staccarla, ma si strappa! Tutta la roba rovinata! Cosa mai sarà?
Marcovaldo si passava una mano sullo stomaco come se non riuscisse a digerire.

Traduït per Carme Arenas Noguera
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