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Les veus del Pamano

Jaume Cabré
Le voci del fiume

Se Valentí Targa stava passando la mattinata di quel lunedì festivo tra le braccia di una donna che gli faceva perdere la testa e sognare, vivere nella bambagia della tenerezza, molti uscivano a indagare se il sole dominava ancora lì in alto, nel cielo freddo, e si organizzavano per andare al frangiflutti o al Tibidabo a far sfogare i figli ben coperti. Oriol passò la radiosa mattinata guardando il portone, accarezzando la pistola che portava in tasca, pensando sei stata troppo dura con me, Rosa, ne dovevamo parlare prima, Rosa, io non sono un fascista, Rosa, sono solo pauroso, Rosa, ma adesso sto cercando di rimediare, Rosa; lo so che è troppo tardi, ma la rabbia che sento per il fatto che è troppo tardi è ciò che mi permette di controllare in parte la paura. Come si chiama nostra figlia? ho fame, Rosa, ma non volevo staccare gli occhi dal portone. E se non ne esco vivo, Rosa, e Ventura, voglio che un giorno sappiate che il signor Valentí Targa si è davvero meritato il proiettile che farò in modo gli entri nell’occhio, come lui ha fatto con il Ventureta. In nome della giustizia di Dio, se pure esiste, ma credo proprio di no. Accidenti, insomma, non esiste. Dillo a nostra figlia, Rosa. Tutto questo pensavo, figlia mia.

Tina smise di scrivere e avvicinò il quaderno di Oriol alla luce. Una specie di cancellatura su un paio di righe. Era impossibile distinguere che cosa aveva scritto e poi cancellato Oriol Fontelles in quell’ora in cui prendeva decisioni e le comunicava ai quaderni perché non fosse così dura la solitudine. In quel momento sentì un’altra fitta ed ebbe paura del dolore, della morte, di Dio se pure esiste, ma credo proprio di no, come Oriol; del disamore con Jordi e, soprattutto, della fitta al seno, di quella minaccia pronunciata dalla dottoressa, che se non tagliavano era come una specie di bomba a orologeria attaccata al corpo. Per non avere paura si concentrò sulle due righe cancellate. Che cosa doveva succedere quel lunedì freddo di gennaio a Barcellona, si disse per non pensare alla fitta.

Successe che all’ora di pranzo il signor Valentí Targa uscì dal portone con il Fiorellino per mano. Il fiorellino era una donna tra giovane e matura, in effetti abbastanza attraente. Successe che li seguì fino all’Arco di Trionfo, lungo il Carrer de Trafalgar. Successe che le vittime entrarono in un ristorante molto vicino al Parc de la Ciutadella; dietro a loro entrò anche Oriol, trattenendo il respiro, dopo aver tolto la sicura della pistola.

È facilissimo uccidere. È così facile uccidere qualcuno. Ancor più se la forza che muove l’omicida è l’odio puro e, importantissimo, se si ha il coltello dalla parte del manico. Per questo Oriol, una volta entrato nel locale (ristorante Estació de Vilanova, le due di pomeriggio, cinque tavoli pieni, quello riservato, nell’angolo, appena occupato. Un’ombra ha oscurato la vetrata dell’ingresso e ha aperto la porta), dopo che i suoi occhi si furono abituati alla luce più debole rispetto alla strada, distinse Valentí Targa e si diresse verso il suo tavolo con profonda decisione, procurando di tenere sempre davanti a sé il viso del Ventureta e quello della sua figlia sconosciuta. Il Fiorellino si era seduto di spalle alla parete e diceva qui va bene, tesoro? e il signor Valentí, mentre diceva sì, sì, si sedeva di spalle alla morte. Oriol era arrivato davanti alla nuca di Valentí e aveva estratto la pistola. Allora, mentre la donna che aveva davanti apriva la bocca senza capire che cosa stesse succedendo, Oriol pensò al signor Valentí Targa, di casa Roia di Altron, sindaco di Torena, ignobile, assassino, disonesto, ardito, arrogante, un metro e settantasei, amico dei suoi amici e solo dei suoi amici, nemico dei suoi nemici, e la mano gli si mise a tremare da sola perché uccidere non è così facile come credeva, soprattutto quando sai il nome della vittima; soprattutto quando odi chi devi uccidere ma non hai ancora imparato a disprezzarlo. E la mano gli tremava in modo così ridicolo che alcuni clienti dei tavoli vicini guardarono distrattamente in quella direzione e lui dovette stringere la pistola con tutte e due le mani, mentre il signor Valentí si chinava sul tavolo per meglio offrire la nuca e stava per dire con voce vellutata sei fantastica, dopo pranzo ricominciamo, ma interruppe la frase appena iniziata perché aveva visto che il Fiorellino apriva la bocca e guardava un po’ sopra e dietro la sua spalla. Gli era parso strano che non avesse reagito, perché il Fiorellino era molto sensibile ai complimenti, ma poi improvvisamente si rese conto, perché come vuoi che reagisca se ancora non le. In quel momento sentì la brutale esplosione accanto all’orecchio.

Oriol sparò un colpo, due colpi e basta, perché già al terzo il proiettile non uscì, e lo fece senza smettere di pensare un attimo al Ventureta e al suo occhio adolescente trasformato in un foro di piombo. Poi si rimise l’arma in tasca e uscì senza correre e senza vedere i due uomini pietrificati all'entrata del ristorante. Sentì però che uno dei due diceva porca puttana, ma non si fermò a chiedere spiegazioni perché aveva la fretta degli assassini. Mentre la porta a vetri si richiudeva dietro di lui, sentì lo strillo del Fiorellino e rumore di sedie spostate, ma non si girò perché stava già scendendo, quattro a quattro, i gradini delle scale della metro a Triomf e pensò che per una volta nella vita le cose filavano lisce per lui perché in quel momento arrivava il convoglio. Forse non l’avrebbe pensato se avesse saputo che un uomo bassetto, con una faccia da signor nessuno, l’aveva seguito dal ristorante ed era salito sullo stesso vagone della metro. Una fermata dopo Oriol era già al Carrer de Fontanella e l’ombra bassetta era dietro a lui. Mezz’ora dopo correva già sulla strada, in direzione di Molins de Rei, con il respiro ancora selvaggiamente agitato e pensando l’ho ammazzato, ho ammazzato un uomo per vendetta, ho ammazzato, ho ucciso Valentí Targa e non ne vado certo orgoglioso, figlia mia. Ma mentre lo facevo pensavo a tua madre; e alla madre del Ventureta. Sulla moto ebbi la sensazione di cominciare a togliermi di dosso la pelle da vigliacco che mi ricopriva tutto e non me ne importava nulla di sapere che se mi scoprivano nessuno mi avrebbe potuto salvare dalla garrota. Tornato a Torena, di sera già con il buio, per prima cosa ho lasciato la pistola al suo posto, scarica perché non sapevo dove teneva i proiettili il defunto, e sono entrato a casa Marés a prendere un caffè, buttando lì che ero appena tornato da Lleida, e Modest, dopo aver passato lo straccio sul marmo immacolato disse ah, un momento fa le ha telefonato il signor Valentí.

Traduit par Stefania Maria Ciminelli
Jaume Cabré, Le voci del fiume. La Nuova Frontiera, Roma, 2007
Jaume Cabré, 2004, ILC. Foto: Tanit Plana
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