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Senyoria

Jaume Cabré
Sua signoria
L’attesa durò solo dieci minuti; buon segno, tanta diligenza. O cattivo segno, perché poteva trattarsi dell’attacco finale. L’usciere che l’aveva fatto entrare nella fastuosa sala era imparruccato come usavano i nonni, chiaro indizio che sua eccellenza procedeva con lentezza e sicurezza. Portava una livrea blu e dorata di grande eleganza. Per qualche momento, don Rafel pensò che avrebbe potuto far indossare un’uniforme del genere a Hipòlit. Ma sospettava che il vecchio servo, dopo aver vestito per trent’anni in rosso scuro, l’avrebbe presa per un’ingiuria. Una volta superata la porta si liberò di tutti questi pensieri; nel fondo, a guardarlo dal balcone in modo studiato, con le mani di dietro, dando la schiena al visitante, l’Eccellentissimo Capitano Generale di Catalogna, don Pere Caro Sureda-Valero i Maça de Liçana, aspettava che il visitante tossisse. Quando il cancelliere lo fece, il Capitano Generale si girò facendo una faccia sorpresa.
«Allora, su, come va, don Rafel?», impossibile sperare che don Pere Caro Sureda-Valero i Maça de Liçana lo chiamasse signoria.
«A vostra disposizione, eccellentissimo signore».
L’eccellentissimo signore si girò del tutto e avanzò verso il tavolo continuando a chiacchierare, caro cancelliere, una questione di massima priorità. Si tratta di un affare della Terza Sala, voglio sapere cos’è tutto questo chiasso. Mi spiego?
«Sì, eccellenza». Ma non capiva. Non lo poteva capire perché la Sala del Crimine era di competenza esclusiva di sua signoria e il Capitano Generale poteva dire la sua solo in caso d’indulto. È chiaro che se il Capitano Generale voleva travalicare le sue funzioni, facesse pure, non per niente era Capitano Generale. Sua signoria in questo caso capiva benissimo. Per cui, aveva detto sì, eccellenza. Ma gli faceva venire il panico l’idea che quel militare con la faccia da scimpanzè volesse sapere cosa dicevano esattamente quei fogli che erano stati rinvenuti a casa dell’assassino e ritenesse che fosse scoccata l’ora della sua fine.
«Perfetto, perfetto». Il Capitano Generale lo fece sedere su una sedia tanto grande da perderci il culo. «Insomma», continuò don Pere Caro Sureda-Valero i Maço de Liçana, «immagino che sappiate che la sera di San Martino io ero a casa del marchese di Dosrius».
«Sì, eccellenza. C’ero anch’io e vi ho visto».
«Perfetto, perfetto. Memorabile. Una serata memorabile».
«Sì, eccellenza. Memorabile».
«E l’usignolo di Narbonne, o di non so dove, fu insuperabile in squisitezza, sensibilità, eccetera. Siete d’accordo, don Rafel?».
«Sì, eccellenza». Il cancelliere soffriva perché il Capitano Generale non andava al sodo e gli occhi gli cominciavano a brillare come tutte le volte che gli frullava in mente un’idea.
«Benissimo, e il giorno dopo, martedì, un energumeno scannava il passero».
«Il passero?».
«La rondine o come la chiamavano. L’usignolo».
«Sì, eccellenza», fece sua signoria, più tranquillo dopo la parafrasi ornitologica.
«Perfetto, perfetto. E voi e la polizia arrestate subito un uomo in quanto sospettoso».
«Sì, eccellenza. Gli interrogatori sono cominciati venerdì».
«È il colpevole».
«Scusate, eccellenza?».
«Dico che è il colpevole».
«Sì, eccellenza».
«Sapete dove doveva andare il passero di Marsiglia dopo la visita barcellonese?».
«Sì, eccellenza».
«Ah, ve l’hanno detto?».
«Sì, eccellenza. Andava a Madrid».
«Perfetto, perfetto. Concretamente, andava alla corte, capite? Avrebbe offerto quattro o cinco serate in onore delle nostre maestà. Forse ancora la stanno aspettando».
Don Rafel Massó ammutolì. Non aveva nulla da dire.
«Sapete, caro cancelliere», continuava il Capitano Generale, «che la Desflors doveva andare direttamente a Madrid? Si era fermata una settimana a Barcellona per insistenza esplicita del conte di Creixell, il Consigliere Maggiore di Barcellona.
Sua signoria non lo sapeva. Ma iniziava a comprendere il nervosismo di sua eccellenza.
«E l’accoglienza offertale da questa città… è stata un’accoglienza, come dire?…», tracciò delle nuvole con le mani, «eterna?».
«Eccellenza, sono addoloratissimo per la situazione, ma non vedo come potremmo rimediare all’irrimediabile».
In fondo, il Capitano Generale aveva ancora una spina nel cuore perché, uscito da casa del marchese dopo il concerto, si era ripromesso — in qualsiasi modo, a qualsiasi prezzo, in qualsiasi momento — di tenere un colloquio nell’alcova, avvolto nelle lenzuola, con quel passero dal petto esuberante. E l’assassino del cazzo gli aveva rotto il giocattolo. E avrebbe voluto scannare don Rafel che, ancora una volta, si trovava in mezzo a una questione del genere.
«Una soluzione ci sarebbe, caro don Rafel. Una soluzione diciamo così… post mortem».
«In che senso, eccellenza?».
«Via, l’efficienza della polizia, la rapidità della giustizia e il rigore dei giudici!».
«Ve l’ho detto, eccellenza, abbiamo tra le mani il principale sospetto».
«Proprio a questo fatto mi riferivo, don Rafel: fatelo confessare, ad ogni costo. E il giudizio dovrà essere imbastito il più presto possibile. Voglio comunicare la notizia dell’esecuzione insieme a quella della morte del passero».
Don Rafel tirò un sospiro di sollievo dentro di sé… Se non altro, don Pere non gli parlava dei maledetti fogli… E oltretutto sorrideva. Se don Pere gli sorrideva, voleva dire che aveva bisogno di lui. Sua signoria fece uno sforzo per tornare sull’argomento.
«Per cui, credo d’interpretare che non ci sarà clemenza in caso di richiesta d’indulto».
«Perfetto, perfetto. Mi pare che sia tutto molto chiaro. E vi ricordo, don Rafel che, finché sarò Capitano Generale della Catalogna, finché sarò io la pietra angolare del Regio Accordo — sollevava teatralmente un dito, totalmente identificato con la sua arringa, mentre con l’altra mano cercava al fianco il pomo della spada che aveva riposto nell’attaccapanni —, non voglio sommosse a Barcellona. La gentaglia che è al pari di quest’assassino che avete catturato dev’essere castigata e espulsa dalla nostra società. E il marinaio olandese, se è colpevole, fatelo ammazzare. La giustizia vale per tutti, dai vescovi alle puttane, don Rafel».
«Perfetto, perfetto, eccellenza».
Da quell’istante, don Rafel Massó i Pujades, cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona, si mise a odiare ancora di più quell’assassino di passeri che gli metteva in subbuglio tutta l’uccellaggione.
Traduït per Francesco Ardolino
Jaume Cabré, Sua signoria. Roma, Alberto Gaffi, 2006.
Jaume Cabré, 2004, ILC. Foto: Tanit Plana
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