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La morte e la primavera : crudele è vivere, non morire

Mercè Rodoreda
Un romanzo come questo, «terribilmente poetico e terribilmente nero», per definirlo con le stesse parole dell'autrice, dove crudeltà e bellezza sembrano trarre forza l'uno dall'altra, dalla loro stretta convivenza in una narrazione di una liricità assoluta nel suo genere, è forse più unico che raro.

Il racconto si svolge creando una specie di equilibrio, quasi un'armonia, fra bellezza e crudeltà: le immagini di poesia sublime, di gran forza lirica, solitamente concentrate su dettagli che altrimenti potrebbero passare inavvertiti, si alternano alle impressionanti descrizioni delle terribili usanze dell'innominato paese color di rosa in scene incredibilmente visive, cinematografiche, direi, dove il lettore finisce col diventare tutt'uno con lo sguardo del ragazzino protagonista e narratore, mentre osserva il suo atroce mondo con l'imparzialità di una macchina da presa (o l'innocenza di un bimbo), dando forma a un'allucinante metafora sulla crudeltà della vita umana, sempre in bilico fra la sua infinita bellezza e la sua devastante atrocità.

Ne La morte e la primavera, Mercè Rodoreda riesce, a mio parere più che in ogni suo altro romanzo, a «dire cose essenziali con la massima semplicità», facendo letteralmente brillare le parole in immagini di un lirismo indimenticabile, e in scioccante contrasto con l'atrocità delle usanze dell'innominato paese, dentro l'apparente neutralità del punto di vista dell'innominato adolescente narratore. Questa prospettiva carica ulteriormente la suggestione del lettore, provocando un forte impatto emotivo.

Nonostante l'incompiutezza e i molti cambi narrativi appena intrapresi o lasciati in sospeso, il testo sembra proprio voler affermare che non è la natura a essere crudele e nemmeno leopardianamente indifferente, anzi, la crudeltà appartiene agli umani e alla vita che ti obbligano a vivere: in questo senso la poeticità rodorediana del racconto tocca sempre e soltanto le manifestazioni della natura, rendendo così ancor più violento il contrasto con la brutalità della vita umana. Non mancano esempi nella narrazione di crudeltà della natura, ma sono inezie in confronto alla crudeltà degli umani e, almeno nel momento più critico di tutta la sua vita, quando decide suicidarsi, il protagonista sente chiaramente che la natura è partecipe del suo dolore: «E si mossero i rami e si mossero le foglie e si mossero i fili d'erba come se tutte le cose che non hanno voce mi volessero parlare». Con la vita che gli è toccato vivere, la morte diviene un ritorno agognato, alla natura o a qualsiasi altra cosa sia, che non potrà certamente essere peggio di quanto ha vissuto fino a quel momento: la morte è indubbiamente una meta desiderabile, l'unica possibile per sfuggire alla vita.

Nel paese color di rosa nemmeno l'anima è libera, vige l'usanza di cementare la bocca dei moribondi (uccidendoli per asfissia), affinché l'anima non scappi, poi li si seppellisce verticalmente dentro a degli alberi appositamente svuotati e si va a far festa; non si può desiderare nulla, mai, né da piccini né da adulti e, se ti scoprono a desiderare, ti uccidono il desiderio con sofisticate torture. Una volta l'anno, durante la festa del paese, un giovane uomo viene drogato e buttato nel tunnel che il fiume ha scavato sotto il paese affinché controlli che il fiume non se lo porti via (incubo di tutta la popolazione, tranne delle poche voci ribelli: come dice il prigioniero, «se vivi pensando che il fiume si porterà via il paese non penserai a nient'altro...») e questo significa per il sacrificato o la morte o il deturpamento del volto che farà di lui un paria a vita, costretto a vivere di notte e a non farsi vedere dagli altri. Illuminante per l'aspetto filosofico del romanzo è la figura del prigioniero, un uomo chiuso in una gabbia a cielo aperto e sottoposto periodicamente a torture affinché smetta di essere una persona, perché dicono che abbia rubato, ma nessuno sa cosa e la gente la domenica va a vederlo come se andasse allo zoo per tormentarlo ancor di più. In realtà il prigioniero è l'unico che sa cos'è la vita vera e, fra l'altro, perché in paese temono tanto il desiderio, ma non se lo teneva per sé e per questo è stato condannato.

La morte permea tutta la narrazione, ma nell'avvicinarsi al climax del romanzo (quando il protagonista è sopravissuto al fiume ed è un paria, uno sfigurato abbandonato da tutti), il monologo del narratore diviene una desolata, poetica meditazione sulla morte: «E allo spuntar del sole vidi la morte. La morte ero io dentro l'acqua con la faccia di un morto... e non sapevo bene perché ci pensavo... e mi dicevo, dove comincia la morte?... [...] La mia morte ero io con il cuore prigioniero delle vene.». Ma è proprio nell'acquitrino dove passa il giorno a fare figurine di fango per sentirsi un po' meno solo che conosce, breve e sfuggente come un alito di vento, il vero innamoramento (il desiderio che, ne La morte e la primavera sembra essere l'autentico volto dell'amore), una fugace visione di ragazza che si veste dopo il bagno e che fugge quando lo vede. Questo ricordo, dopo aver cercato invano di ritrovarla, lo accompagnerà fino alla fine, quando decide di suicidarsi da solo. In quel momento, (e, dentro l'antisentimentalismo rodorediano trovo assolutamente struggente il ricordo di una carezza mai avuta, solo ardentemente desiderata), «sentii una risata piccola come il ricordo di una risata. E come se un'aria che non era aria mi sfregasse delle foglie di canna verde sulla guancia, sentii sulla guancia sinistra, la parte del cuore, una carezza incastonata di capelli bagnati. Mi coprii gli occhi col braccio di colpo, con la carne viva della vescica appiccicata a una piega della cicatrice della fronte e feci tutto quello che potevo perché la carezza sulla guancia non morisse. Misi la mano sulla guancia per non far scappare la carezza... Finché una chiazza di sole mi bruciò il petto. [...] Il tempo fuggiva e io dovevo farla finita col tempo.»

Il protagonista aveva già conosciuto l'amore fisico con la sua matrigna quattordicenne che gli aveva dato una figlia, ma tutto era stato come un gioco e ben presto significherà solo abbandono per lui: prima da parte della sua donna che non sopporta più né lui né la figlia e, poco dopo, dalla figlia stessa che, ancora bimba, s'incapriccia del fratellastro del padre e inizia a seguirlo ovunque alla ricerca della notte nera.

Quando il ragazzo narratore non riesce più a sopportare la negazione di vita che lo obbligano a vivere, attraversa di nuovo il fiume nello stesso punto dell'inizio del romanzo per arrivare al bosco dei morti, il cimitero degli alberi, e, una volta arrivato, inizia a svuotare il suo albero, riprendendo così la scena d'apertura del romanzo col tentativo di suicidio del padre. Il padre non riesce a realizzare il suo proposito a causa dell'innocenza, o dell'ingenuità infantile, del figlio-narratore che va a dirlo al fabbro, il quale accorre con tutto il paese e così il padre muore come tutti gli altri, soffocato col cemento rosa davanti all'intero paese che gode dello spettacolo infame.

La morte dell'autrice –giunta per lei proprio in primavera– lasciò in sospeso non soltanto i cambi narrativi che non riuscì a ultimare (e che creano più d'una ripetizione e contraddizione col resto della narrazione), ma anche un finale definitivo. Però uno dei possibili finali termina col suicidio del figlio, in una scena che è l'esatta ripetizione di quella iniziale e di cui il figlio-narratore ne ha la piena consapevolezza, tanto da arrivare a temere che ci sia un ragazzino che lo sta spiando e che correrà in paese per avvisare il fabbro e allora verranno correndo per ucciderlo a modo loro, ma non è così: «Il nocciolo rotolò fuori dall'albero. Presi il punzone e lo puntai all'altezza del cuore. Gli regalavo un morto tutto da solo. Un morto senza festa [...] Spinsi il nocciolo e lo feci rotolare fino a un altro albero e lo coprii di foglie. Che se ne accorgessero ben tardi. Se avessero cercato di togliermi dall'albero mi avrebbero tirato fuori morto. Tolsi i quattro chiodi della scorza e li lasciai cadere uno a uno... E mi conficcai il punzone all'altezza del cuore e la mia vita è chiusa. La mia vita posso iniziare a raccontarla da dove voglio, la posso raccontare in un altro modo [...] ma qualsiasi cosa faccia la mia vita è chiusa. Come una bolla di sapone diventata di vetro non posso tirare fuori niente e nemmeno metterci niente. Non posso cambiare niente della mia vita. La morte fuggì dal cuore e quando non avevo già più la morte dentro morii... »

Definito da Mercè Rodoreda come «una storia d'amore e di solitudine infinita», è indubbiamente il romanzo più pessimista di tutta la sua opera, quello dove sembra aver concentrato l'amarezza di un vissuto fra due guerre come quella Civile spagnola e la Seconda Guerra Mondiale, gli orrori che la fuga dell'esilio le mise sul cammino, la precarietà della sopravvivenza praticata quotidianamente per anni e anni, la solitudine, la sua condizione di donna separata e ‘accompagnata' in un'epoca moralista e di vedute ristrette come quella in cui le toccò vivere. Tutto ciò mi ha fatto spesso pensare alla sua nota affermazione nel prologo di Mirall trencat : «Un romanzo è anche un atto di magia. Riflette quello che l'autore porta dentro di sé, senza neppure sapere che va in giro carico di tanta zavorra.». O forse, più semplicemente, come affermò Jorge Luís Borges, soltanto attraverso il racconto fantastico si possono fare le confessioni più autentiche.

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