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Sotto l’attonita freddezza di questi occhi

Salvador Espriu

1.

[…] Il signor Genisans aveva sofferto il classico e acceso odio rovente per la suocera, la signora Tecleta Marigó, una ricca contadina delle parti di Organyà – con bitorzolo in fronte e scrofola sul collo – fortunatamente defunta da anni. La signora Tecleta infiorettava i suoi discorsi di parole gitane, reminiscenze d’una gioventù giuliva e raminga, trascorsa tra accordi e negoziazioni di cavalleria con un nebuloso marito commerciante di bestiame. D’aspetto e modi da matrona romana, col passare degli anni aveva perso l’aria da Cecilia Metella in favore di una somiglianza sputata con Scipione l’Africano. Energica, furba, pasticciona, rozza e analfabeta, mentre visse ebbe in usufrutto una ghirba d’inferno. Il signor Genisans, col suo scarso vocabolario da psittacide, non riuscì mai a tener testa alla signora Tecleta nell’arte dialettica, e questa, efficacemente sostenuta da Nostro Signore, a suon di baccano riuscì a imporre la sua sacra regola nella casa del genero. Morì di cancro al fegato e soffrì con dignità, almeno secondo i cronisti. Poco tempo prima di ammalarsi, sua figlia l’aveva convinta a farsi immortalare poveretta! , e la foto, ingrandita e splendente, incensata dai fumi dell’ira inquieta e guardinga del genero, presiedeva con onore la saletta del piano. Dalla cornice in finto mogano, aggressivo con chi le faceva visita intimorito, traboccava un volto contundente come un pugno, con una bocca semichiusa colta nell’atto di pronunciare una rappresa e infinita bestemmia. Si trattava di questo o stava forse menzionando i più o meno ostensibili organi che l’uomo comune associa alla virilità? Il dubbio stesso mortificava Càndid, fino a che, un giorno in cui la coppia non c’era, decise di invitare nella saletta un’amica sordomuta dalla nascita, timida e timorata di Dio, scaltra come una faina, che era in grado di leggere le labbra delle persone, vive o morte che fossero, con assoluta certezza e senza margine di errore. La specialista fissò a lungo l’immagine, esaminò la coppia di enormi porri, decifrò pieghe e commessure, diventò rossa e poi scoppiò in una convulsa risata. Svanito il dubbio, Càndid s’affrettò a riportare dettagliatamente su una scheda il processo e l’esito dell’esperimento. […]

2.

[…] Nella dipartita finale, lasciati alle spalle i notiziari degli altoparlanti e i pubblici encomi, sarebbe stata grano oppure loglio la signora del primo piano? E il vicino del quarto avrebbe forse acquisito la leggiadria eterna del grano o sarebbe arso come la zizzania? Càndid fece un sorrisetto da coniglio e, mentre riprendeva fiato, si girò meccanicamente verso i finestroni della scala per guardare sotto di lui il brandello disordinato di Lavínia. Nell’umile sala da pranzo di un’altra casa dirimpetto alla chiesa un giovane, vestito da bigliettaio del tram, rivolgeva dure parole a una donna incinta ed esterrefatta. Non predicava in rosalbacavà, ma in un'altra lingua ugualmente proibita e colta, che, grazie all’apprendistato con la sordomuta, Càndid propendeva a credere fosse gallego. A un tratto, con un gesto d’indignazione proletaria, il bigliettaio rovesciò il contenuto del suo borsello su un angolino del tavolo già apparecchiato. Il denaro formava un bel mucchietto di banconote sgualcite e spiccioli nerastri. Mentre contemplava la scena, Càndid si accorse che i peli delle mani gli si drizzavano voluttuosamente e, ormai loglio dall’onesta brutalità, con uno sconcertante slittamento di virtù – come se lo spettro della signora Tecleta Marigò gli avesse ghermito l’anima – desiderò impetuosamente di immergere le braccia nude, con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti, in quella sozzura ammaliatrice e risucchiante. […]

Traduït per Amaranta Sbardella
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