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Oreste

Salvador Espriu

1.

La macchia di sangue che hai sulle mani è ancora fresca:
per questa ragione lo sgomento pesa sul tuo animo.
ESCHILO, Coefore

Aveva sollevato la testa e mi fissava. Poi i suoi occhi malvagi, assassini, cavi, percorsero tutto il mio corpo con un lungo sguardo vitreo.

«Che vuoi? Vattene. Perché m’insegui, che vuoi?».

Un’aria densa, stagnante e acre s’alzava dalle piastrelle riarse al sole. Nel cortile, dall’altro lato, si ciondolava la gentaglia della prigione. Allora Oreste si chinò verso di me:

«Vattene, levati di torno. Vattene con gli altri, sì, con gli altri».

Sputò con rabbia:

«Non sai che sono un dannato, un appestato?».

Fremeva:

«Nemmeno loro vogliono saperne niente, di me». […]

 

2.

[…] «Doveva finire in un altro modo, ma loro non se l’aspettavano. Avresti dovuto vedergli la faccia mentre stramazzava. Io me la ridevo: non c’era bisogno di un altro colpo. E lei, mia madre, lo sapeva. Lo sapeva, ma allo stesso tempo stava zitta, perché aveva paura di me, come se fossi il demonio. Aspettava il suo castigo ogni giorno. Andò avanti per anni, diventava sempre più curva, barcollava, sputava sangue. La faceva soffocare il sangue, il sangue di mio padre rappreso dal veleno. E, lo sai?, io, di notte, scendevo nella sua stanza mentre dormiva, e aprivo la porta quel poco perché si svegliasse. Sentivo il battito dell’altro cuore nelle tenebre, per un bel po’, e quando mi stufavo me ne andavo senza far rumore. Lei a me non m’avrebbe incastrato con niente, proprio con niente, nemmeno col veleno, perché quello che macchinava era alla luce del sole. E l’altro figlio non contava, era troppo piccolo. Non ci ingannavamo. Fino a quando me lo chiese con lo sguardo, me lo chiese lei stessa, perché non ce la faceva più. E io pure non ne potevo più. Gridò solo una volta. Un grido, lo senti? No, non lo può sentire nessuno, solo io. Ora, però, mio padre riposa in pace». […]

 

Traduït per Amaranta Sbardella
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