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Cara Italia

Josep Pla

L’uomo di Milano, la rappresentazione più autentica dello spirito di questa città, la sua figura più caractteristica, è Alessandro Manzoni. I personaggi che creò questo scrittore sono persone che si trovano costantemente nella vita della sua società e nelle sues trade. Vi allude costantemente. Li ama moltissimo. Quest’uomo toccò la fibra d’un popolo, scoprì la formula e la maniera d’essere del proprio paese- del suo piccolo paese. Non credo affatto che ci siano tanti scrittori ottocentisti in Europa che siano arrivati al volume d’universalità a cui il nome di Manzoni è arrivato.

Manzoni, che fu tradotto e ammirato da Goethe, che trascorse la prima gioventù a Parigi e conosceva Voltaire punto per punto, è una delle roccaforti della controcorrente dell’epoca. Trascorse i suoi primi anni di vita, come il suo stesso paese, sotto la dominazione dell’impero francese, e gli ultimi sotto l’impero austriaco. Ma non credo che ci sia uno scrittore antimperialista e antiescenografico più importante dello scrittore milanese. Il grande odio della sua vita fu Napoleone. Manzoni vide Napoleone una sola volta nella sua vita, alla Scala di Milano. Napoleone aveva appena vinto la battaglia di Marengo, cominciava la sua incredibile ascesa. Manzoni, molto giovane, era in un palco dell’Opera insieme a una marchesa di Bologna che si permetteva di affermare pubblicamente la sua avversione per il genio. Napoleone, per tutta la notte, non distolse gli occhi di dosso alla marchesa. A Manzoni, gli occhi di Napoleone, fecero un’impressione ossessionante. Negli ultimi anni della sua vita ricordava ancora quello sguardo. Diceva come se volesse allontanare il fantasma che lo spaventava:

- Quegli occhi, Signore, quegli occhi...!

Manzoni, però, non era affatto né conspiratore e né sovversivo. Era nobile. Era ricco. Non poteva non essere conservatore. Inoltre era un cattolica sincero. Non era, quindi, uno spirito catastrofico: considerava che la catastrofe non risolve proprio niente. Aveva un solo strumento per opporsi alla valanga incombente: la vocazione alla scritura. Ci si dedicò completamente, senza fare rumori, senza la minima ambizione di fama o di gloria, con un senso della responsabilità portato fino alle estreme conseguenze. Il suo libro più conosciuto, I promessi sposi, è un libro importante. In questo libro, la tecnica della descrizione- lavoro difficile- è dominata con una perfezione impressionante. È un libro carico d’intenzionalità. Apparentemente, e dall’esterno, lo potete prendere per uno di quei romanzi che vendono a fascicoli. Di fatto è un documento prodigiosamente acuto contro la prepotenza, il capriccio e la faccenderia. Nel romanzo, la forma e la decantazione dello spirito dell’autore si fondono in una perfezione ammirevole. È un caso inaudito di controllo della professione. Nell’epoca in cui Manzoni scriveve si era gìa avanti lungo il cammino della naturalità e il tono minore, ma i prìncipi dell’epoca erano ancora il signor Walter Scott e Lord Byron. La gente chiedeva sublimità e affettazione. Tra la gente bene trionfava quello stile che potremmo definire gesuitico settecentesco, creato dai gesuiti e dai preti castigliani e italiani di quell’epoca, barocco, eufemistico e vuoto, letteralmente asfissiante e formalista. Lo stile satanico, che Carducci, a Bologna, cominciava a coltivare, per provare a dare un tono letterario al Rissorgimento, aveva così poca autenticità quanto lo stile casuale: era fatto d’imprecazioni, di gonfiori verbali, d’escursioni storiche e di parole che volevano risolvere i problemi solo con la loro altisonanza. Tra quelle due correnti, la linea di Manzoni non poteva essere altro che una pausata ironia, una affettuosa ironia. Nel momento di formulara e farla intelligibile, la gente del suo paese si sentì interpretata, raccontata e toccata nella sua stessa fibra. È per questo che Milano e Manzoni sono due valori inseparabili fin nei loro più reconditi aspetti.

Josep Pla, Cara Italia, Ed. Edes, Sassari, 1994, pag, 206-208.
Traduït per Antoni Arca
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