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Café Zurich, Caffé Gambrinus

per Enrico Ianiello

Il mio primo incontro con Pau Mirò avvenne al Café Zurich, in Piazza Catalunya: uno storico e bellissimo bar nella piazza più rappresentativa della città: l'autore voleva far colpo su di me! In occasione del suo primo viaggio a Napoli, se non ricordo male, ci demmo invece appuntamento presso il Caffè Gambrinus, in piazza Plebiscito, un altro bar storico affacciato su una piazza umana in perenne movimento. Stavolta ero io a voler fare lo sbruffone. Un bar, un caffè tra le mani, un costante passaggio di persone: elementi che avrebbero avuto molto a che fare con le messinscene italiane dei testi di Pau. Dopo vi spiegherò perché.

Io sono un attore, la mia è una formazione eminentemente scenica, i miei maestri di palcoscenico sono stati Vittorio Gassmann, a scuola, e Toni Servillo in scena, per dieci anni. Un grandissimo autore/attore, però, è stato presente costantemente, silenziosamente, in modo direi "parentale" nella mia vita: Eduardo De Filippo. Per noi campani, la presenza di Eduardo nelle nostre vite ha travalicato i confini del teatro e si è innestato fortemente nei nostri usi, nei nostri costumi, nel nostro linguaggio, in uno scambio perenne tra l'arte e la vita: nella mia famiglia non si riusciva più a distinguere tra le cose dette per imitare i suoi personaggi, e quelle che – dalle nostre cucine, dalle nostre "stanze di pranzo" - erano andate a finire nei suoi copioni. Tutto ciò ha influito profondamente su di me come attore, traducendosi in un grande amore per la secchezza dell'espressione teatrale, per la battuta semplice, incisiva, divertente, profondamente ironica, autentica e ricca di significati. Ancora meglio se tutto questo passa in un silenzio, ma è difficile trovare un autore che sappia scrivere dei bei silenzi.

Un giorno decisi di tradurre Plou a Barcelona. Il testo mi sembrava bello e meritevole. Iniziai dal titolo: "Piove a Barcellona". Sì, interessante, meteorologico, geografico. Le prime battute. Un protettore legge versi alla sua fidanzata - che si prostituisce - e, insieme, cercano di interpretarne il significato. Mi fermo dopo la prima pagina. Bisognava chiedere agli attori uno sforzo: recitare come personaggi "bassi" (il protettore e la puttana) frasi che potevano essere recitate anche da un professore di scuola superiore che interroga un allievo. Già vedevo lo scollamento tra gesti volutamente, forzatamente, artatamente volgari e una lingua "pulita". Allora provai col napoletano. Titolo: "Chiòve". Perfetto, non c'era neanche bisogno di dire dove piove, perchè solo a Napoli, "chiòve". Inoltre, per i napoletani, la "bella giornata" equivale alla cura assoluta di tutti i mali, la "bella giornata" è il ricorso contro le ingiustizie della storia, la "bella giornata" è la giustificazione di ogni pigrizia e di tutte le nefandezze. Quindi anche l'espressione era salva: un napoletano non dirà mai la parola "chiòve" in modo scialbo: ci aggiungerà sempre il carico untuoso di un mondo che - almeno per quel giorno – andrà storto perchè non ci sarà la luce prepotente del sole a schiacciare tutto, vincitori e vinti. Prime battute: il protettore parla napoletano, è di estrazione popolare, non ha studiato e legge male l'italiano. Al momento di interpretare quei versi poi, il conflitto linguistico si esprime come detonatore potente della scena: il bagaglio dialettale dei due personaggi, ricchissimo ma tutto istintivo e fatto spesso di suoni disorganizzati – chiari solo nel loro codice - è assolutamente inadatto per "smontare" quei versi: un bellissimo susseguirsi di "jà" "nun 'o saccio" "aspe'" che anticipa l'ingresso del libraio Davide, di una borghesia inetta e vigliacca, di un'altra Napoli - che parla italiano. Era salvo, con l'uso del dialetto napoletano, il rapporto con quel "parente teatrale" che mi portavo dentro: semplicità, ironia, stratificazione, autenticità. Ma, soprattutto, mi sembrava di rispettare e potenziare le doti del testo di Pau Mirò, senza schiacciarlo nella rappresentazione esotica di un qualche spagnolismo o catalanismo occasionale. Tutto questo mi è successo di nuovo con i quattro personaggi di Jucatùre (Els jugadors) o con quelli di Tre specie 'e bestie (Trilogia Animal). In entrambi i casi, si ripresentava una situazione linguistica fatta di vasi comunicanti: un personaggio parla in italiano e viene da un quartiere borghese, un altro parla napoletano e viene da un quartiere popolare, un terzo parla un altro dialetto misto, un "mezo cazetto" e viene dalla provincia.

Mi sono chiesto tante volte perchè i testi di Pau si adeguano così bene alla realtà napoletana. Ho cercato di non trovare risposte, per paura di non riuscire più ad avere un rapporto istintivo con i suoi testi ma, siccome tutti continuano a chiedermelo, proverò a lanciare qualche ipotesi. Mia nonna, ottima cuoca napoletana, classe 1908, cresciuta in una trattoria in braccio ai carrettieri della stazione, chiedeva sempre di mettere, nel ragù, 'na pastenàc'. A Napoli non si usa quasi più quella parola, ormai si dice comunemente "carota". Un giorno chiesi a mio figlio (viviamo a Premià de Mar, nel Maresme): "Che hai mangiato oggi al cole?" La risposta fu: "Pastenaga!". Le generazioni si erano parlate tra loro, saltando a piè pari la mia. Per me fu un segno: dopo tanto cammino in direzione opposta alla Napoletanità, con lo studio e la messinscena di autori europei, ho immaginato mio figlio e mia nonna che si parlavano - uno in catalano e l'altra in napoletano – capendosi perfettamente. Napoli ha conosciuto tante dominazioni, nella sua lingua sopravvivono tracce chiarissime dello spagnolo e del francese; Napoli e Barcellona presentano inoltre una serie di analogie geografiche evidentissime e non fu quindi difficile decidere di ambientare a Napoli i testi di Pau Mirò. Ma la similitudine per me fondamentale fu la seguente: il Raval e i Quartieri Spagnoli. La posizione di questi due quartieri popolari, al centro della città e al limitare dei luoghi del turismo e degli acquisti (le Ramblas e Via Toledo) è fondamentale per le composizioni umane messe in teatro da Pau. I suoi testi si fondano generalmente su un aspetto che definirei "metropolitano mediterraneo": l'intercambio tra quartieri e classi. E perchè ciò accada con forza, serve una città con i quartieri popolari al centro, non relegati fuori, in periferia. Una città dove - quando vai a fare un giro nelle strade dello shopping – butti un occhio in una stradina laterale, buia, sporca, puzzolente, che ti incuriosisce e ti ricorda che il tuo acquisto è indotto, falso, è solo un modo per ingannare il tempo. Oppure un vicoletto dal quale sguisciano scugnizzi, ladri o sirene melodiose che cantano da una finestra aperta mentre fanno brillare di candeggina il buco in cui vivono. In un bellissimo romanzo di Josep Maria de Sagarra, "Vita Privata" (ah, come mi piacerebbe tradurlo in italiano!) c'è una scena di straordinaria forza: un gruppo di ricchi della nuovissima Eixample, gli aristocratici dei quartieri alti, decidono di concedersi un viaggetto nei bassifondi. Una sera parcheggiano le loro auto davanti al Leon D'Oro ed entrano a piedi nella stradina dell'Arco del Teatro. Alle spelle del Liceu, uno dei teatri più belli d'Europa. Quello che vedono li affascina, li impaurisce, li eccita, li mette in gioco. Non è forse quello che succede a Davide, il libraio di Plou a Barcelona? O al giovane che arriva di notte nella lavanderia di Lleons? Quando il professore invita a casa sua un becchino innamorato di una prostituta, un attore fallito e cleptomane, un barbiere disoccupato e vile, non lo fa forse per lo stesso principio di contiguità? Questo dialogo litigioso tra classi è – da sempre – un argomento topico quando si parla di Napoli. Sostiene Raffaele la Capria, nel saggio l'Armonia Perduta: "...a Napoli si è operata una grande e pitonesca digestione dove l'animale più piccolo (la piccola boghesia) cerca di digerire l'animale più grande (la plebe). Con che mezzo la classe dirigente diventò classe digerente? Il mezzo fu il dialetto. E il risultato fu la Recita Collettiva della Napoletanità". Secondo La Capria, a un certo punto i napoletani hanno smesso di essere napoletani, per cominciare a fare i napoletani, secondo i canoni di una città trasformata in teatro, di una vita vissuta secondo un copione culturale, con l'occhio sempre attento a fare una strizzatina allo spettatore. Nei testi di Pau Mirò si ritrovano esattamente questi argomenti, e la realtà napoletana – secondo me – non fa che accrescerne certi tratti prepotentemente teatrali (il conflitto e la comunicazione tra le classi, la stratificazione umana e sociale di una città, tra gli altri).

Ho cercato di dare una risposta "teorica" alla domanda, fingendo per un po' di fare l'intellettuale. Adesso lasciatemi rispondere con il teatro, con l'intuito che mi ha portato ad ambientare questi testi nel capolouogo campano, e torniamo al caffè. La bevanda scura è uno degli oggetti simbolo dell'attrezzeria del personaggio napoletano. Quando si racconta la storia di un nostalgico che sta lontano dal Golfo, in genere gli si fa prendere un caffè e gli si fa fare una smorfia, che significa "non è il caffè napoletano...", e dentro ci stanno l'amore, la famiglia, gli amici, il sole il mare, tutto perduto, secondo uno dei canoni tipici dell'emigrante. Poi c'è la piazza. Anche quando si sta chiusi in una casetta dei Quartieri Spagnoli, la piazza fa sentire la sua presenza. Non si giunge mai a una pura solitudine, in un luogo come Napoli: entrerà sempre la voce di un vicino, la canzone da un altro balcone, la lite dal vicolo, la vicina che viene a offrire qualcosa o a chiedere qualcos'altro. I personaggi di Pau Mirò sono, in questo, profondamente napoletani. Quando entrano in scena, arrivano sempre da "una piazza", si portano addosso e nelle parole le spinte, le urla, la vicinanza forzosa degli altri abitanti. E poi stanno sempre a bere qualcosa, spesso caffè; del caffè parlano con sapienza e trasporto (il commissario di Lleons confessa di sentirne l'odore aldilà della saracinesca) facendo anche un po' il verso al monologo di Eduardo de Filippo in Questi fantasmi, quando descrive con dovizia tutte le fasi di preparazione e consumo del caffe della controra (midgdiada); ma Pau non è napoletano, quindi non corre il rischio di fare il napoletano (scusate il litigio di parole), secondo la teoria di La Capria. E allora forse noi italiani e campani abbiamo l'occasione, grazie a suoi testi, di parlare della nostra cultura con un punto di vista meno inquinato, più lontano, più freddo. Forse potremmo dire, con una battuta, più catalano. In ogni caso, quando verrete a Napoli, sarò lieto di offrirvi un caffè seduti a un tavolino in piazza Plebiscito o, se preferite, in una stradina chiamata Rua Catalana.

Enrico Ianniello, 2013
Comentaris sobre traduccions
Café Zurich, Caffé Gambrinus
per Enrico Ianiello
Fragments
El mètode Grönholm - Jordi Galceran
Els jugadors - Pau Miró
Plou a Barcelona - Pau Miró
Bibliografia
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